LE LINGUE GALLO TOSCANE E IL LADINO
Il gentile interlocutore padanista (che riportava tutte le caratteristiche non felsinee dei dialetti altorenani comunque al sostrato padano anziché al toscano(1)) non ha mai, tuttavia, fatto riferimento al ladino. La cosa ci è apparsa subito strana: l'interlocutore padanista (come tutti i membri della Associazione Linguistica Padana), infatti, sostiene che il ladino non sia una lingua separata indipendente, ma appartenga al ceppo 'padano' come il veneto, l'istrioto, il ligure, l'emiliano, il piemontese, etc. Tale interpretazione trova riscontro negli studi di Hull e, in passato, di Tagliavini (anche il Rohlfs registrava affinità tra il ladino e i dialetti della "Italia Padana" (cfr. p.126 di "Studi e ricerche su lingue e dialetti d'Italia" (Firenze, 1997)).
Date simili premesse (e applicate le leggi geolinguistiche di Matteo Bartoli) al fine di dimostrare, comunque, la 'padanità' delle caratteristiche non emiliane dei dialetti gallo - toscani l'unico confronto valido era solo quello col ladino (2).
Riportiamo, per una più agevole comprensione, le prime due leggi del Bartoli:
1) l'area culturalmente isolata (ad esempio un isola o una montagna) conserva di solito la fase più antica;
2) di due fatti linguistici, dei quali uno è documentato in un'area centrale, l'altro nelle due aree laterali, quest'ultimo è il più antico.
Nel nostro caso i dialetti gallo - toscani sono la punta estrema meridionale della 'Padania' (penetrando profondamente nel territorio toscano), mentre il ladino costituisce la punta settentrionale estrema del sistema linguistico 'padano'. Inoltre sia il ladino che il sistema linguistico gallo-toscano sono parlati in zone montagnose (Alpi ed Appennini).
Evidentemente una situazione ideale per stabilire ciò che costituisce il sostrato linguistico padano. Pertanto anziché ricorrere al Veneto o Lombardo ci pare buona cosa utilizzare il ladino.
A tal fine abbiamo utilizzato il testo di Rohlfs citato sopra e abbiamo confrontato le caratteristiche tipiche del ladino con ciò che riteniamo toscano nei nostri dialetti. Se l'esito di questo confronto dovesse dimostrare che le caratteristiche definite 'toscane' dei nostri dialetti fossero comuni in gran parte con il ladino ecco che ci troveremmo difronte a un forte indizio a favore di un comune sostrato celtico o padano, diversamente ci troveremmo di fronte (come sospettiamo) a un sistema linguistico non padano ma 'gallotoscano'.
Il ladino presenta la metafonia, le vocali turbate, la conservazione di -s finale, la tendenza (molto più spiccata che nei dialetti gallo toscani) a degimare le consonanti. Al contrario nei dialetti gallo - toscani è assente la metafonia (come in toscano), le vocali turbate sono sconosciute (come in toscano), le parole terminano con vocale o, al massimo, con -n (caso toscano, in determinate situazioni (specialmente poetiche) anche il toscano prevede la caduta della vocale finale se preceduta da -n), la degeminazione consonantica non è sistematica (caso intermedio tra le forme toscane e quelle 'alto italiane'). E ciò tralasciando il rotacismo (lambdacismo) della geminata -rr- > -ll come in ramallo, etc.
E' dunque chiaro che ci troviamo difronte a un sistema linguistico non padano, ma intermedio tra l'Italia Cisalpina (Romania Occidentale) e la Toscana (Romania orientale) (3).
nota:
(1) e principalmente al veneto, all'istrioto e al ligure. Per il veneto vale il giudizio del Rohlfs secondo il quale "E' nota l'espansione del toscanesimo sulla regione veneta. Già nel medioevo essa aveva portato a una trasformazione profonda dei dialetti locali" (G. Rohlfs, "Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia", Firenze 1997, pp. 11 ss.), non si dimentichi inoltre che Pietro Bembo era Veneto e che intellettuali toscani (in primis il Petrarca) passarono una parte rilevante della loro esistenza in Veneto. Per l'istrioto, a parte gli influssi veneti (e quindi, indirettamente, toscani) vale la pena ricordare che lo storico Berardo Benussi (nel suo saggio del 1924 L'Istria nei suoi due millenni di storia) riteneva che la lingua istriota fosse influenzata dall'abruzzese (il linguista Matteo Bartoli (Due parole sul neo latino indigeno di Dalmazia, Zara, 1900) sosteneva, invece, che l' abbruzzese aveva influenzato l'antica lingua Dalmata). Per quanto riguarda il ligure, invece, bisogna ricordare che il ligure non era una lingua gallo-italiana, ma ha subito gli influssi di correnti e influenze esterne provenienti dalla valle padana (G.Devoto, G. Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Milano 2002, p. 10). E' poi risaputo che almeno la parte orientale della Liguria ha subito e subisce pressioni toscane (cfr. G. Devoto, G. Giacomelli, op. cit., p.14). Al contrario non si registrano nella storia secolare dell'Alto Reno né coloni lombardi o liguri, né raffinati intellettuali veneti, né frotte di mercanti istriani, mentre si sa che in Alto Reno la stessa Porretta (la terra più emilianizzata dopo Gaggio Montano) aveva fino alla metà del XV secolo più rapporti col sud toscano che col nord emiliano (G. Boldri, P. Guidotti, Storia di Porretta I, Bologna 1992, p. 76). Peraltro i rapporti tra Alto Reno e Toscana si sono mantenuti vivissimi fino ai nostri giorni come si può facilmente constatare non solo dai libri o da siti come questo, ma vivendo in Alto Reno.
(2) e anche questo genere di confronto, anche se dovesse offrire risultati positivi, non costituisce ancora una prova. Le seconda regola del Bartoli, ad esempio, è clamorosamente smentita dal fenomeno linguistico "centum - satem" che caratterizza le lingue indeuropee (tipo 'centum' ad occidente e ad oriente (lingua tocaria) e tipo 'satem' al centro); il tocario (una lingua morta che era in uso nel Turkestan cinese che usava il tipo centum come le lingue indeuropee occidentali) sarebbe l'esito di una migrazione di popolazioni dell'estremo occidente indeuropeo verso l'estremo oriente indeuropeo (cfr.P. MILIZIA, "Le lingue indeuropee", Roma, 2002, pp. 137 - 138). Diverso, invece, è il caso di due aree linguistiche contermini che sovente (specie nell'area di contatto) si influenzano reciprocamente (nel nostro caso l'Alto Reno è l'area di contatto fra toscano ed emiliano).
(3) la studiosa russa Borodina (Accademica delle Scienze dell'URSS) scriveva nel 1969: "Le rhétoroman [il ladino]occupe une position transitoire entre la Romanie de l'Est et la Romanie de l'Ouest" (M.A. BORODINA, La langue rhéthoromane, Leningrado 1969, p. 177). Tale giudizio pare condiviso dal Rohlfs (G. ROHLFS, Studi e ricerche su lingue e dialetti d'Italia, Firenze 1997, p. 131). Tuttavia se le teorie del Lausberg e dello Hull dovessero essere corrette pare evidente che il sistema linguistico di transizione fra Romania Orientale e Romania Occidentale debba essere considerato non il ladino, ma il gallotoscano.