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GUCCINI: «IMPARIAMO DAL DIALETTO A SCRIVERE IN ITALIANO»

Il cantautore interviene su Micromega. I gerghi regionali ci arricchiscono, ma sono destinati a perire

di Francesco Guccini

(Il Messaggero, 22 novembre 1996)

Conosco due dialetti: il pavanese paterno e il modenese materno. A dire il vero non ho mai parlato nessuno dei due. Li potrei usare, ma senza profondità, un po' come l'inglese. La mia passione per i dialetti è antica, ma solo dalla metà degli anni Ottanta ho cominciato a farne materia di studio. Mi sono addirittura imbarcato nell'impresa di un vocabolario (Guccini parla dell'ormai mitico dizionario pavanese-italiano, di cui ben sanno i suoi amici, ndr) che concluderò entro il '97. Il progetto iniziale era forse troppo ambizioso: di ogni voce pavanese volevo dare le varianti toscane ed emiliane. Ora, più modestamente, mi limito alla versione italiana. Continuo comunque a coltivare la fascia dei dialetti toscani, emiliani e liguri, vicini in qualche modo al dialetto pavanese. Questo interesse, che è etimologico e culturale, non ha mai imboccato la via della poesia. Non nego di aver scritto poesie in giovane età - come tutti del resto. Detto questo: non sono un poeta ma un autore di canzoni. La poesia è fatta di altro spirito, di altre tecniche. La canzone è una forma completamente diversa, vive anche del supporto musicale. Cosa che non esclude la ricerca intorno alle parole, alla parola. La parola: mi piace immaginarla come un nucleo atomico, con un significato centrale che può variare attraverso il tempo, con i suoi elettroni che girando ne deviano il senso. Mi piace capire come, quando e perché una parola cambia significato. Capire perché a Pavana, questo piccolo paese dell'Appennino toscoemiliano con forti tradizioni agricole, il dialetto è ricco di vocaboli legati alle coltivazioni che due Kilometri più a sud spariscono. (...) Comunque anche le forme dialettali decadono. Se cinquant'anni fa avessimo chiesto a un ragazzo il nome delle gustosissime bacche blu ci avrebbe risposto: «pignatini». Ora direbbe semplicemente «mirtilli». Tutto questo, però, non può entrare in una canzone. E io, infatti, ho scelto di cantare per altre ragioni. A un certo punto ho incominciato a maturare l'idea di scrivere un romanzo. Gli stimoli venivano da Gadda e soprattutto da Meneghello - che parla del suo paese Malo, che gli regalava pure quel titolo meraviglioso - Libera nos a Malo, appunto. Ho provato a seguire la stessa strada: raccontare il mio paese non in dialetto, ma in quel particolare impasto che chiamerei "italiano dialettale". Per capire la differenza tra italiano e italiano dialettale pensiamo ad esempio che un modenese non direbbe mai «non sono capace di suonare il pianoforte». Dirà invece «non sono micca buono». L'«italiano dialettale» dei miei romanzi non esclude certo il dialetto vero e proprio, soprattutto quelle espressioni che di solito venivano imbastite nella conversazione quotidiana. Le mie scelte, in generale, si fanno condurre dal filo del discorso come se si trattasse di un racconto fatto a tavola con gli amici (...). Il dialetto - o meglio: lo pseudodialetto dei miei romanzi mi consente di approfondire lo spirito di ambienti e memorie, ed è come usare una lingua diversa, più colorita dell'italiano corrente, che negli ultimi tempi si è consumato, sfilacciandosi in gerghi politichesi, giornalistesi, televisivi - senza congiuntivi, per esempio. L'«italiano dialettale», invece, è molto più ricco, e a volte frequentarlo aiuta persino a riscoprire la nostra lingua. È come dipingere con una tavolozza più ampia. A volte mi è capitato di imbattermi in una parola in uso nel dialetto, e poi di scoprirla legittima inquilina del vocabolario della lingua italiana, ma completamente dimenticata dai più (...). Si tratta dunque di fare riemergere anche un italiano più sostanzioso, senza accontentarci dello scarno e trito italiano di base (...). Il dialetto diventa strumento più che fine, i luoghi dell'azione si moltiplicano, i nessi e i milieu vanno a formare un mosaico. Siamo lontani dalla koiné del paesello, qui si fondono, in cerca di una espressività più ampia, lingue e memorie, gerghi e dialetti.

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