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cultura dialettale

 

La leggenda - o la storia - narra che nel nostro Appennino si parlava un italiano puro, bello e pieno di arcaismi e toscanismi (cfr. "La Musola" n. 41 (1987) pp. 125 - 126). Parlando di sua nonna Guccini ci racconta che:

"Con me non parlava dialetto, solo un bell'italiano pulito e prezioso, pieno di toscanismi earcaismi; anche se ha fatto solo la terza elementare ce l'ha dentro d'istinto e di cultura" (Croniche Epafaniche, p. 129).

E la nostra montagna, invero, era da ricordare per la sua lingua vivacissima, piena di toscanismi e arcaismi (ricordo ancora una vecchia signora di Porretta che diceva: "quello è un vago tipo", dove il "vago" stava per bello, come in Dante), una lingua che fece innamorare studiosi inglesi e italiani.

In quel di Cutigliano, fra boschi ombrosi e prati dove pascolavano le pecore, lì era il rwgno di Beatrice Pian degli Ontani, la poetessa analfabeta e pastora. Le sue rime, non scritte e non declamate, erano cantate e accompagnate da una nota di violino:

"Non vi meravigliate o giovanotti

se non sapessi troppo  ben cantare

in casa mia non c'è stato maestro

e neanco a scuola sono ita a imparare

Se voi volete intender la mia scuola

su questi poggi all'acqua e alla gragnola

Volete intender voi il mio imparare?

Andar per legna e starmene a zappare"

Allora i poeti in ottava rima si sfidavano per vedere chi era il più veloce e il più bravo, allora si cantavano i maggi e gli stornelli, poi, col tempo, questo mondo è scomparso, scomparso insieme al "verdé" e insieme allo "sdac".

In fondo anche questo è un genocidio: un genocidio dolce, senza morti, quasi una eutanasia di una identità sepolta dal bolognese prima, dall'inglese poi e - per il futuro - dall'arabo infine...

 

sopra una suggestiva immagine della "Torre del Fattucchio" a Pian degli Ontani - frazione di Cutigliano (PT)

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