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SULL’ORIGINE DELLA CONSONANTE SIBILANTE POSTPALATALE SONORA

(clicca anche su  fricativa prepalatale sorda )

 Si tratta di un suono tipico del nostro Appennino, molto simile alla “j” francese di “jardin”, e usato al posto di “ci”, “ce” purché non iniziali (es: braje al posto di brace) o al posto di “gi”, “ge” purché anche essi non inziaili (es: ciliejia al posto di ciliegia).
Secondo Gerhard Rohlfs la consonante sibiliante postpalatale sonora potrebbe essere  un esito di tipo settentrionale penetrato fino a zone marginali dell’appennino toscano (G. Rohlfs, “Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti”, Einaudi,Torino 1999, p. 291).
Questa interpretazione potrebbe essere non corretta, se si  riesaminano le ragioni per cui questo evento fonetico è penetrato fino ad aree marginali della Toscana.
In un altro articolo (clicca su lucertola) abbiamo rilevato una forte toscanità di fondo di questo suono, tale grado di toscanità è avvertito anche da Rohlfs (“simile a “g” di stagione nella pronuncia toscana; cfr. il francese ‘journal’” (op. cit. p. XXXVI)).
Considerato che a Bologna si usa solo la “s sonora” o la “s alveolare” (con la punta della lingua fra “s” e “sc” italiani), che risultano foneticamente distanti dalla sibilante postpalatale sonora, non è da escludere che il suono “j” sia stato adottato nel nostro appennino perché assimilabile ad una pronuncia di tipo toscano (1). Ovvero, il che è lo stesso, il fenomeno non è penetrato dal nord emiliano (dove è sconosciuto), ma dal sud toscano.
Proponiamo un paio di esempi che possono aiutarci a comprendere il meccanismo:


 ITALIANO  PISTOIESE PAVANESE  BOLOGNESE 
 LUCERTOLA UGERTOLA (1)  LUJERTOLA  LUSEERTA (3) 
 BACIO BAGIO (2)  BAJIO  BES 

(1) voce raccolta a Pistoia (cfr. G. Rohlfs, “Grammatica Storica”, pp. 478 – 479).
(2) voce raccolta a Torri (cfr. il “Dizionario Toponomastico del Comune di Sambuca Pistoiese”, Pistoia 1993, pp. 41 – 42);
(3) la “s” è sonora, come in "sbarco"


nota:

(1) è lo stesso Rohlfs a ipotizzare, in altra pagina della sua celebre grammatica, una origine (in certe zone o in certe situazioni) di "j" da "sc":

"Talvolta si è avuta una forma di palatizzazione della s (> sc), sotto l'influsso di una i seguente: Cecco Angiolieri caratterizza in uno dei suoi sonetti la pronuncia del dialetto pistoiese mediante l'esempio ascina 'asina' ... per l'antico lucchese è attestata la forma ascino (AGI 16,430), forma non ignota a certi dialetti moderni lucchesi (Nieri 18), mentre per altre zone della provincia di Lucca è attestata la variante sonora "ajino" (AGI 16, 430); allo stesso modo si spiegano kujì "così" e kuaji 'quasi', forme che si trovano ad Apiro in provincia di Macerata (SR 3, 131). Mediante il processo di palatizzazione potrà trovare la sua spiegazione anche la "j" che si trova in luogo di "s" in molte parola importate dal francese: cfr, per esempio, il toscano rugiada (piemontese rujà, emiliano rujè, lombardo rujada a fianco della forma più frequente rusada)". (G. ROHLFS, "Grammatica Storica - Fonetica", Torino, Einaudi, 1999, pp. 283 - 284).

Tale impostazione la troviamo, peraltro, già in Giulio Bertoni:

"[nel toscano] il c fra vocali perde l'elemento dentale riducendosi a fricativa palatale sorda (sc), da paragonarsi alla fricativa espressa in francese da ch e il g in uguale condizione si semplifica parallelamente in fricativa palatale sonora (sg da paragonarsi col francese j), per esempio vosce, rasgione (scritto negli antichi testi sgi). E qui va anche il riflesso sj, per esempio prisgione. La sc e la sg non hanno [in toscano] l'energia e la durata delle corrispondenti consonanti francesi rappresentate da ch e f e sono da considerarsi antichi, sebbene non siano entrati nella pronuncia dotta o letteraria" (G. BERTONI, "Italia dialettale, Milano, Cisalpino Goliardica, 1986, p. 127).


sempre sulla sibilante postpalatale sonora "sg" (anche indicata come "fricativa prepalatale sonora") clicca su origine della gorgia toscana

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