
LA RELIGIOSITA' NELL'ALTO RENO MEDIOEVALE
Compredere il significato della religiosità nella nostra montagna durante il medioevo è un compito oltremodo difficile tanto è lontana dalla nostra mentalità e dal nostro modo di vivere. Durante tutto il medioevo, infatti, la religiosità era sentita non come una sintesi di vita fondata principalmente sull'amore, bensì sull'angoscia e il timore reverenziale. Persino le alte gerarchie della Chiesa vivevano con impotenza questa dimensione. Leggiamo, ad esempio, nel testamento spirituale dettato, nel 1085, dal Vescovo di Pistoia:
"A me che meditavo su quanto ogni uomo potrà portare a sua discolpa davanti al tremendo Giudice ... improvvisamente si fece manifesta la pochezza delle mie buone azioni. Scosso da queste paure, cominciai a pensare a cosa avrei potuto fare per migliorare la scarsa misura dei miei meriti".
Se questo era l'atteggiamento di un Vescovo è facile immaginare quale senso di impotenza e paura prendeva possesso della gente comune, sovente ignara delle Sacre Scritture e spettatori passivi delle celebrazioni liturgiche.
L'unica speranza di salvezza offerta per ottenere la "vita eterna" era affidarsi alla misericordia divina, la quale però poteva essere ottenuta soltanto attraverso la pratica del pellegrinaggio oppure delle elemosine.
La pratica dei pellegrinaggi era allora molto diffusa. Recarsi in un luogo sacro ai fini di edificazione spirituale assumeva sovente caratteristiche votive o penitenziali. Le stesse crociate erano considerate, in primo luogo, una "peregrinazione". Il medioevo, infatti, è - contrariamente a quanto s'immagina correntemente- un periodo in cui alla religiosità s'unisce un forte desiderio di conoscere e sapere.
Il nostro territorio doveva essere favorito in questa pratica dalla vicinanza a Pistoia che fu, per secoli, una delle tappe più importanti dell'iter campostellano; il percorso per raggiungere San Giacomo di Campostella in Galizia, che fu frequentato da fedeli di ogni parte di Italia e d'Europa.
A tale proposito si deve ricordare che nella nostra zona gli ospitali furono numerosissimi e dipesero, ad esempio, dalle abbazie di Fontana Taona, Montepiano o dalla Cattedrale pistoiese di San Zeno (è il caso di Spedaletto).
L'origine longobarda della nostra gente, abituata a sanare con il denaro anche i delitti di sangue (il cosiddetto "gudrigildo"), ci fa tuttavia sospettare che l'aspetto "mercantilistico" delle elemosine fosse molto in uso. In un prezioso documento, custodito nell'Archivio di Stato di Pistoia e scoperto dallo storico Natale Rauty, si parla di due abitanti della Val Limentra che ottengono di cambiare un periodo di penitenza con il pagamento di una decima.
"Essendo stata imposta a noi, Alfredo e Bernardo, una penitenza di trent'anni da parte del Vescovo di Bologna, ed avendo noi confessato di fronte a lui di non poterla sopportare, lo stesso Vescovo ha ordinato che noi, per la remissione dei nostri peccati, offriamo all'Ospizio di San Salvatore a Fontana Taona le decime di tutti i nostri beni"
Sarebbe comunque azzardato e presuntuoso ridurre la complessa religiosità medioevale a semplici meccanismi di dare e avere. La pratica devozionale, infatti, risiede non in semplici congegni mercantilistici, ma nella coscienza e nelle convinzioni intime dell'uomo
Chiesa di Spedaletto (Pistoia)