| Poeta e scrittore, Aldo Giurlani (che assunse poi il cognome della nonna materna Palazzeschi), nasce a Firenze nel 1885 da una media famiglia borghese specialista nel commercio delle stoffe. Seguiti studi di ordine tecnico, si diplomò in ragioneria nel 1902. Contemporaneamente, essendo molto forte in lui la passione per il teatro, iniziò a frequentare la scuola di recitazione “Tommaso Salvini”, diretta da Luigi Rasi, dove ebbe modo di far amicizia con Marino Moretti. Successivamente passò a lavorare con la compagnia di Virgilio Talli, con la quale debuttò nel 1906. Scrittore dal temperamento focoso e ribelle, diventa ben presto un provocatore di professione, non solo perché esercita originalissime forme di scrittura ma anche perché propone una lettura della realtà molto particolare, rovesciata rispetto al modo di pensare comune. Esordisce come poeta nel 1905 con il libretto di versi "I cavalli bianchi". Nel 1909, dopo la pubblicazione della terza raccolta di versi, "Poemi", che gli procurò fra l'altro l'amicizia di Marinetti, aderì al Futurismo (di cui Marinetti era appunto il deus-ex-machina) e, nel 1913, iniziò le sue collaborazioni a “Lacerba”, la storica rivista di quella corrente letteraria. Dei futuristi ammira la lotta contro le convenzioni, contro il passato recente intriso di fumoserie, gli atteggiamenti di palese provocazione tipici del gruppo, le forme espressive che prevedono la “distruzione” della sintassi, dei tempi e dei verbi (per non parlare della punteggiatura) e propongono ”le parole in libertà”. Quello con i Futuristi è un sodalizio che viene così descritto e commentato dal poeta: “E senza conoscerci, senza sapere l'uno dell'altro, tutti quelli che da alcuni anni in Italia praticavano il verso libero, nel 1909 si trovarono raccolti intorno a quella bandiera; per modo che è col tanto deprecato, vilipeso e osteggiato verso libero, che agli albori del secolo si inizia la lirica del 900”. Dalle Edizioni Futuriste di “Poesia” esce nel 1911 uno dei capolavori di Palazzeschi, "Il Codice di Perelà",considerato da numerosi critici uno dei capolavori della narrativa italiana del Novecento. Dopo un così clamoroso idillio, ruppe però con il Futurismo nel 1914, quando la sua personalità indipendente e la sua posizione pacifista entrarono in rotta di collisione con la campagna per l'intervento in guerra dei Futuristi, evento che lo porta anche a riavvicinarsi a forme più tradizionali di scrittura di cui ne è esempio il romanzo “Le sorelle Materassi” (altro capolavoro assoluto). Dopo l'esperienza della prima guerra mondiale, durante la quale riuscì ad evitare di essere mandato al fronte (ma prestò servizio come soldato del genio), mantenne un atteggiamento distanziato ed attendista di fronte al regime fascista e alla sua ideologia di “ritorno all'ordine”. Condusse da quel momento in poi vita molto appartata, intensificando la sua produzione narrativa e collaborando, dal 1926 in poi, al “Corriere della sera”. Negli anni sessanta si sviluppa comunque il terzo periodo dell’attività letteraria del nostro autore che lo vede nuovamente interessato alle sperimentazioni giovanili. La contestazione giovanile lo coglie ormai anziano e, considerato da più parti una sorta di "classico" rimasto in vita, prende con poca serietà e con ironico distacco gli allori che i poeti della neoavanguardia innalzano di fronte al suo nome, riconoscendolo come precursore . Fra le sue ultime opere miracolosamente uscite dalla sua penna all'alba degli ottant'anni troviamo "Il buffo integrale" (1966) in cui lo stesso Italo Calvino riconobbe un modello per la propria scrittura, la favola surreale "Stefanino" (1969), il "Doge" (1967) e il romanzo "Storia di un’amicizia" (1971). Muore il 17 agosto 1974, all’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. Palazzeschi, anche se nelle varie fasi della sua lunga attività di scrittore si è accostato ai movimenti contemporanei, ha sempre mantenuto una sua individualità e una particolare fisionomia. L'umorismo funanbolesco di Palazzeschi ha purtroppo portato ad interpretazioni discutibili. Spesso si propone una lettura del poeta in chiave di stile infantile, interpretazione che viene avanzata da parte di critici che sottovalutano la natura tragicomica della vena scherzosa di Palazzeschi. Egli non fu affatto un poeta infantile come spesso tutt' oggi si dice; né tanto meno possiamo parlare di un poeta particolarmente adatto all’insegnamento della letteratura nella scuola elementare (fatta eccezione per pochissimi componimenti). Gli elementi naïf della sua arte scrittoria ricorrono in fondo proprio nei componimenti più tetri e sconcertanti. Si tratta allora di un infantilismo irriverente che per Palazzeschi costituiva una forma di ritirata, di protesta. Basti infatti pensare a quanto dichiarava l'artista a proposito delle sue opere di gioventù: "Il mio lettore si aspetta che io scriva qualcosa per spiegare questa poesia simbolistica, che è il contrario della poesia sana. Ma non posso farlo: lo spaventerei troppo!" Va infine ricordato che l'autore stesso è sempre stato allergico alle etichette, ragion per cui nella celeberrima Chi sono? rifiuta persino lo status di poeta o artista, per limitarsi a definirsi provocatoriamente "saltimbanco dell'anima mia". |