Governatori e Prefetti di Capitanata
nel periodo postunitario
di LUCIA LOPRIORE
Il “Potere Forte” dello Stato in Capitanata. Governatori e Prefetti tra reazione e brigantaggio (1860-1864). Questo il titolo del bellissimo saggio scritto dal prof. Giuseppe Clemente, storico della nostra Capitanata, inserito nella rivista edita dall’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano dal titolo Rassegna Storica del Risorgimento (anno XCIV – fascicolo III – Luglio/Settembre 2007).
L’Autore, non nuovo a questo genere di ricerche, numerosi infatti sono stati gli studi svolti sull’argomento confluiti in pregevoli pubblicazioni, in questo saggio traccia un excursus storico che ricopre l’arco cronologico che va dal 1860 ed il 1864, periodo durante il quale il Mezzogiorno era afflitto da una piaga insanabile: il brigantaggio.
Tale fenomeno, combattuto sotto ogni aspetto, fu una vera e propria calamità difficile da debellare anche perché favorito dalle popolazioni locali che, spinte dall’omertà e dall’ignoranza, contribuirono al suo dilagare.
Le figure dei Governatori e dei Prefetti, in questo contesto, costituirono una presenza determinante nella lotta al fenomeno del brigantaggio poiché il loro compito era quello di far rispettare la legge avvalendosi talvolta anche di mezzi duri e discutibili, come accadde per Gaetano del Giudice che si trovò ad assolvere l’ingrato compito di governatore delle Provincia di Capitanata proprio durante il periodo più difficile: il 1860.
Del Giudice giunse in Capitanata nel settembre 1860 poco prima dell’imminente Plebiscito, nominato da Garibaldi con il compito di “[…] vigilare sullo spirito pubblico e soprattutto, preparare opportunamente la votazione nei diversi comuni, per evitare che si verificassero disordini e sorprese nei risultati […]”.
La difficile sistuazione politica di quegli anni non permetteva agli uomini di potere di proseguire il cammino della giustizia secondo quei dettami imposti dalla leggi postunitarie.
Le figure del Governatore prima e del Prefetto poi, si inserirono nel quadro di riforme che avrebbero dovuto determinare un radicale cambiamento nel Mezzogiorno d’Italia già travagliato da aspetti socio-politici di difficile soluzione. A questo bisogna aggiungere che proprio nel Mezzogiorno il 70% della popolazione attiva praticava l’agricoltura mentre in alcune regioni l’analfabetismo dilagava raggiungendo punte del 93%. Così Governatori e Prefetti ebbero il compito di riorganizzare i rami della pubblica amministrazione e, quindi, controllare affinché fossero osservate le leggi mentre la giustizia e la difesa esulavano dal loro compito.
Non fu semplice per questi personaggi imporre la loro presenza alle autorità locali, soprattutto in un paese già con una situazione politica difficilmente gestibile.
In uno Stato che aveva visto durante l’ancién régime le province rette dagli intendenti i cui poteri erano finanziari, giuridici ed amministrativi, con l’unità d’Italia, e con il decreto del 23 ottobre 1859, tali soggetti pur mantenendo le stesse competenze, furono trasformati da intendenti in governatori fino a quando non fu varato un nuovo decreto, quello del 9 ottobre 1861, che vide le stesse cariche scisse in quelle di prefetti e di sottoprefetti. A questi ultimi fu conferito il compito di reggere i Circondari.
A tal fine il potere del prefetto, come massimo esponente dell’apparato amministrativo statale sul territorio fu confermato dalla legge organica del 20 marzo 1865 che gli attribuì anche l’incarico di Presidente della locale amministrazione provinciale, prerogativa mantenuta fino al 1888. I governatori ed i prefetti di Foggia negli anni del brigantaggio furono tutti settentrionali da Bardesono a Stada a De Ferrari, con la sola eccezione di Gaetano Del Giudice, prefetto di nomina politica.
La Capitanata, come la maggior parte delle province dell’ex Regno di Napoli, nel periodo postunitario fu difficile da riorganizzare anche a causa della violenta reazione che ne scosse tutti i comuni e per la tenace resistenza armata che successivamente impegnò le truppe del nuovo regno.
A tale riguardo il prof. Clemente, evidenzia interessanti sviluppi storici che emergono dalla consultazione dei documenti rinvenuti nell’Archivio di Stato di Foggia, nella sezione di Lucera e nell’Archivio di Stato di Biella. In particolare in questo archivio preziose sono state le notizie che emergono dai carteggi relativi al fondo dell’Archivio F. Ferrero. Proprio dalla consultazione di questi documenti, infatti, sono evidenziati tratti salienti della storia inedita ed interessanti aspetti legati a personaggi di spicco della politica nazionale come Conforti, Rattazzi, La Marmora, Cialdini e lo stesso Ferrero. Tuttavia, nel saggio, non sono tralasciate le figure di personaggi chiave della storia locale come Scillitani e De Peppe dei quali l’Autore traccia un profilo interessante non limitandosi alla semplice narrazione di qualche episodio, ma approfondendo l’argomento con dettagli sulla loro biografia e trascrivendo brani e riflessioni, circa le decisioni prese per risolvere le questioni politiche della nostra terra.
Vero è che l’atteggiamento assunto da Gaetano Del Giudice compromise il già difficile rapporto con Alfonso La Marmora, anche perché Del Giudice non disponeva di uomini capaci di aiutarlo a risistemare le sorti della Capitanata, ed in più c’era la sopraffazione del potere che spingeva Del Giudice ad assumere discutibili atteggiamenti ritenuti drastici nei confronti dei colpevoli. Per questo fu accusato di aver commesso atti che avevano seriamente compromesso la sua moralità e la sua integrità di funzionario. Il duca di Bovino ed il Ricevitore generale di Capitanata, contestarono la nomina a prefetto di Gaetano del Giudice che, a loro avviso, si era rivelata “un gravissimo errore”, adducendo una serie di motivazioni e considerazioni ritenute politicamente valide.
La parte centrale del saggio confluisce nella narrazione di episodi di vita sempre legati al grave fenomeno del brigantaggio locale. Come in un album di ricordi la storia quotidiana di quegli anni emerge facendo riecheggiare nomi fin troppo noti agli specialisti del settore.
Nel 1862 briganti come Recchia e Rizzo furono uccisi e le loro bande debellate grazie all’intervento di De Ferrari e Mazé de la Roche, in seguito fu la volta di Antonio Petrozzi, Giovanni Fortunato, Gabriele Galardi, Villani e Varanelli.
Così tra il 1862 ed il 1864 furono sgominate le ultime bande capeggiate da Giuseppe Pennachia e Michele Battista.
Arginato il fenomeno del brigantaggio in Capitanata si apriva un nuovo capitolo della storia che agevolava l’ingresso di Gadda, e Scelsi, mentre altre problematiche affioravano all’orizzonte con ulteriori flagelli come la carestia e il colera; quest’ultimo nel 1865 mise in ginocchio la nostra terra già tavagliata dalle tante difficoltà.
E’ questo un saggio di sicuro interesse storiografico che si colloca a pieno titolo nell’immenso oceano del sapere quale contributo indispensabile per la letteratura specialistica, arricchiendola di ulteriori preziosità.
PROFILO: GAETANO DEL GIUDICE
Gaetano del Giudice nacque a San Gregorio il 16 novembre 1816, fu deputato di Piedimonte d’Alife. Conseguì due lauree la prima di medico speziale e la seconda in legge, tuttavia non esercitò nessuna delle due professioni. Giovane liberale, fondò insieme a Silvio Spaventa Il Nazionale. Nel 1848 fu eletto al Parlamento Napoletano di Terra di Lavoro e sedette nei banchi dell’opposizione. Dopo l’unità d’Italia fu eletto deputato nel collegio di Piedimonte per tre legislature appoggiando la sinistra. Fu deputato fino al 1870; visse tra Napoli ed Apricena nella tenuta di famiglia “La Torre” dove si spense il 9 maggio 1880.
Emilio Ferrero nacque a Cuneo il 13 gennaio 1819. Si distinse nell’assedio di Peschiera, ebbe la medaglia d’argento al valore combattendo a Novara, conseguì la Legione d’Onore nella battaglia della Cernaia ed in quella di San Martino meritò la croce di Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. Nel 1862 fu maggiore generale della brigata Parma, quando gli venne affidato anche il comando della zona militare di Foggia che resse per poco tempo. Partecipò alla battaglia di Custoza ed alla presa di Roma. Fu nominato senatore l’8 aprile 1881, mentre qualche giorno prima, il 4 aprile, gli fu affidato il dicastero della Guerra che resse con i governi Cairoli e Depretis fino al 23 ottobre 1884, quando rassegnò le dimissioni.
Fu insignito delle più alte onorificenze nazionali e straniere e dopo essersi ritirato a vita privata morì a Firenze il 1°dicembre del 1887.
©2008 Lucia Lopriore