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  "Novelle e leggende della Capitanata "  

   Foggia (ill. di Primiana Nista )

 

  Storie del perduto amore

di Teresa M. Rauzino

 

Giuseppe D’Addetta, fin dagli anni Cinquanta, intuì che anche i centri più sperduti del

Gargano avrebbero avuto qualcosa di importante da comunicare a chi avesse avuto la

curiosità di conoscerli. Una tradizione folklorica ed etnografica intatta, e

sorprendentemente attuale, era ancora da valorizzare. Essa attendeva di essere

conosciuta da chi, mosso dal desiderio di conoscere ciò che un tempo, in un’altra vita,

siamo stati, si fosse spinto per le balze più scoscese della Montagna del sole, alla ricerca di

luoghi della memoria ormai dimenticati.

Novelle e leggende della Capitanata, una bella raccolta curata da Giovanni Saitto (Edizioni

del Poggio, pp. 234, L.20.000) prende le mosse proprio dall’indimenticabile saggio del

d’Addetta.  E ne prosegue l’ideale viaggio, alla scoperta di antiche tradizioni etnografiche

e narrative.  Emergono ricordi altamente suggestivi e poco noti, ed il lettore vi si  accosta

con il desiderio di farli rivivere in piena luce.

Desiderio che è anche di tutti gli studiosi che, lavorando in team, hanno messo a

disposizione materiale raro, edito ed inedito. Il dato interessante è che, accanto alle

leggende di Giuseppe d’Addetta, di Armando Petrucci, di Michelantonio Fini, troviamo le

delicate illustrazioni di Primiana Nista ed i  validi testi di alcuni giovani narratori che,

partendo da uno spunto ambientale, da un aneddoto, o da una tradizione rigorosamente

storica, si sono cimentati nell’invenzione artistica, creando dei nuovi racconti, che

resteranno sicuramente impressi nell’immaginario del lettore.

Come Il Confessore senza ostie di Antonio Milone. Protagonisti il giovane imperatore

Federico II di Svevia e Matteo, un umile manovale, addetto alla costruzione della fortezza

di Apricena. Ambedue presi dallo stesso sogno, dallo stesso identico miraggio: “Angiola,

bella come la seta la prima volta, bella come la luna quando si è felici, con quegli occhi di

luce nera, con quella pelle che solo un Dio sa e può, quella pelle di petali di rose, di seta e

latte, e raggi di sole”… Una notte insonne, parallela, accomuna i due adolescenti. Una

notte che, per Federico, è come una malattia, è come “un confessore senza ostie che non

può assolvere, né può condannare”. Una notte in cui egli diventa veramente un re…

Nel racconto di Giovambattista Gifuni, La danzatrice di Lucera, il biondo e inquieto 

Manfredi, e una misteriosa saracena, di nome Semrud, sono i protagonisti di una

struggente storia di amore inappagato. Lo scenario è Lucera, e in particolare il castello

sormontato da quindici torri, costruito secondo lo stile arabo: tremila colonnine orientali ne

circondano il vasto cortile; le porte sono incrostate d’oro; un incantevole giardino di stelle

cantanti, di fontane e di rose, circonda l’harem dalle inferriate d’oro. Qui Manfredi

conduce Semrud, dopo averla acquistata, spinto dalla subitanea attrazione che ha provato

vedendola danzare su una pista dorata. Ma invano ne cerca l’amore. Solo alla vigilia della

battaglia di Benevento, che vedrà il tramonto della potenza sveva, Semrud, conscia del

fatale destino che incombe sul suo re, gli sarà vicina come non mai…

 

 

(Manfredi e Semrud illustrati da Primiana Nista)

 

Dalla raccolta viene, quindi, fuori un mondo di ieri, sorprendente per chi è abituato a

vedere la Capitanata, ed il Gargano, con lo sguardo corto dell’oggi e della

contemporaneità. La leggenda de Il ponte di cuoio, di Giuseppe d’Addetta, ci riporta al

tempo lontano in cui la nostra provincia era terra di conquista di popoli diversi per cultura,

consuetudini e tradizioni. Popoli come gli Arabi che, contrariamente ai pregiudizi di oggi,

erano un popolo mite, rispettoso delle tradizioni locali e religiose delle genti conquistate.

Il protagonista della leggenda, Moham, un valoroso condottiero saraceno, si innamora

perdutamente della castellana, bella e bionda come il sole e dolce come la luna, che vive

nella rocca dirimpetto, in località Castelpagano. Ma il suo sogno d’amore incontrerà seri

ostacoli. Forti pregiudizi etnici, e soprattutto il timore che, sposando un seguace della

religione maomettana,  possano esserci ripercussioni negative per la propria anima e per i

componenti della sua casata, inducono la bella principessa garganica ad avanzare una

richiesta decisamente insolita…

Quando l’itinerario de La Montagna del sole  tocca Vieste, la sperduta, il D’Addetta rievoca

due suggestive leggende. Tragici scenari lo Spacco di Rosinella e il bianco faraglione di

Pizzomunno. Qui le perfide sirene, invidiose e gelose dell’amore di due giovani, rapiscono

la bellissima fanciulla e la tengono legata ad uno scoglio sommerso. Solo ogni cento anni le

concederanno di riemergere, in un giorno di sole, per rivedere il suo fedele amante.

Altre leggende fioriscono sulle rive del Varano. Temi maliosi e mitici, che i pescatori

narravano, durante le lunghe attese delle battute di caccia e di pesca. Come la storia di

Nunziata, unica superstite all’ira divina che inabissa la città di Uria. Gli Dei le concedono il

dono dell’immortalità, ma la sua è una vita segnata dal rimpianto per la perdita

dell’innamorato, scomparso insieme a tutti gli abitanti della città. E la sua voce di pianto,

ogni sera, è portata dal vento che spira sullo specchio del lago…

La storia di Maddalena, ritrovata dal prof. Michele Tortorella fra i registri parrocchiali della

collegiata di Vico del Gargano, narra una vicenda seicentesca. Lo sfondo è il castello

svevo; protagonisti due inconsapevoli fratelli, portati dai capricci della sorte a un destino

infelice. Antagonista il principe Caracciolo, che desideroso di impadronirsi del feudo,

sottrae ai marchesi Spinelli, con un sotterfugio, l’unico figlio appena nato. Due anni dopo,

la nascita di Maddalena allieta il castello, consolando gli Spinelli della perdita dell’erede

maschio... che un giorno, fatalmente, approda nella città natale. Conquista la simpatia dei

feudatari, i quali lo invitano a diventare paggio alla loro corte.  Maddalena è nel fiore degli

anni, “è un bel bocciolo di rosa”, il giovane un giglio  bianco e candido come la neve”. Uno

sguardo innocente, un voltar di testa, una mossa innocente fatta a caso. “E’ certo che nel

cor gentile l’amore si fa strada”. Maddalena è perduta amante, e lui più di lei. L’amore

“proibito” si consuma in un giardino di agrumi di Canneto, dietro ad uno frangivento… ma

il finale è degno delle migliori tragedie greche. 

Bionde bellezze garganiche, retaggio degli antichi conquistatori normanni e svevi, o di

migrazioni di altri popoli italici, sono le eroine degli altri racconti.

Ad esse si affiancano le brune: come quelle che appaiono, sui marciapiedi stretti di San

Giovanni Rotondo, all’immaginario turista incuriosito di D’Addetta. Donne dalle linee

zingaresche con lunghi orecchini d’oro, che dignitose abbozzano un sorriso in segno di

saluto, mentre due perfette file di bianchi denti rilucono fra il carminio naturale delle

labbra.

Donne brune, come è bruna la bellezza slava di Sinella, protagonista de La pazza, di

Michelantonio Fini. La voce argentina e affabulante ella ragazza, intenta nella raccolta

delle olive nella piana assolata di Calena ammalia Elia: egli si innamora perdutamente della

sua fresca bocca di fragola matura, del profumo delle sue trecce di ebano, dell’ardore dei

suoi profondi occhi di fuoco. Ma la bella Sinella non può corrispondere a questo ardente

sentimento: da un anno i suoi l’hanno promessa a un altro, emigrato in America,

impegnando così il suo onore e la sua fedeltà. L’innamorato, respinto e umiliato, schiavo,

suo malgrado, della mentalità del tempo, si sente obbligato a  lavare l’offesa agli occhi

dell’intero paese...

L’epilogo è ancora più drammatico. Un giorno, dall’alto di un precipizio, sulla grotta

dell’acqua calda, dalla Rupe gigantesca, Sinella che, in seguito a varie vicissitudini, ha

perso la ragione, credé di poterlo trovare, di poterlo afferrare, il suo sogno, e stringerlo a

sé fortemente, per sempre.

 

La rupe di Peschici

 

Un mese dopo, allo stesso vertice pietroso, fu visto ergersi un uomo che veniva dalla selva,

veniva dalla solitudine, veniva dalla di­sperazione.

I marinai raccontano di aver visto quel fantasma camminare sul­l’orlo dell’abisso, sfidando la

morte...  Così i due infelici amanti, forse, trovarono la pace in fondo a quel precipizio, in

quel mare tenebroso e immenso come l’animo umano, come l’amore, come il destino,

come la morte, come il mistero...-

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