Vieste nel primo Novecento
I fatti e uomini che lo segnarono
di Teresa M. Rauzino
Edito da Litostampa, con gli auspici della Società di Storia Patria per la Puglia, il libro di Mimmo Aliota “Vieste nel primo Novecento” si legge tutto d’un fiato, come un bel romanzo di cui si vuol conoscere subito l’epilogo. Eppure è rigorosamente documentato, e quando si parla di documenti diventa facile arenarsi nel linguaggio settoriale solitamente utilizzato; un merito dell’autore sta proprio nell’avercelo reso pienamente fruibile.
Il ricercatore del Centro di Cultura "Cimaglia” ci presenta due leader della storia viestana degli inizi del Novecento, un sindaco ed un imprenditore, personaggi veramente fuori dell’ordinario.
Il “primo cittadino” è Domenicantonio Spina, retto ed intransigente amministratore della cosa pubblica, senza false ipocrisie quando si tratta di smascherare anche “in alto loco” chi le denunce le fa per scopo tutt’altro che limpidi, per impedire provvedimenti meritori, opere pubbliche inderogabili per la modernizzazione di una cittadina come Vieste, ancora lontana dal clima della belle époque giolittiana.
Un paese di 9.000 abitanti, descritto e immaginato come un incanto, e benedetto da Dio per le sue bellezze naturali, appare, nella realtà, totalmente negletto dagli uomini. Domenicantonio Spina darà un vero e proprio scossone all’apatia delle precedenti amministrazioni, sistemando strade, e dotando Vieste degli edifici e dei servizi pubblici essenziali: il municipio, la scuola, la pescheria, il macello, il cimitero, le piazze e i viali.
Nel 1899 egli trasforma una riva squallida, con un muro a protezione dell’abitato, in un bellissimo viale alberato, che in seguito fa illuminare con lampioni elettrici. La Riviera marina diventerà la mitica “passeggiata” dei primi villeggianti nelle calde serate della dolce vita viestana.
Questo sindaco non vuol assolutamente sentir parlare di interessi personali e, cosa veramente eccezionale, per attendere degnamente ai suoi impegni pubblici, chiude la sua farmacia per ben dieci anni e mezzo, intero periodo del suo mandato amministrativo.
Le spese per le innovazioni le finanzia con imposte sul patrimonio, e sul lusso: tassa i cavalli da sella e da tiro, l’impiego dei domestici, i generi superflui. E i sindaci che verranno dopo di lui saranno “costretti” ad adeguarsi, andando contro gli interessi dello stesso ceto sociale cui appartengono.
Al sindaco Spina, Aliota attribuisce il grande merito di aver aiutato Vieste a muovere i primi passi sui sentieri del turismo, vera rivoluzione del Novecento appena trascorso.
Soprattutto gli è grato di aver saputo “volare alto”, guardando al futuro, oltre che al presente.
Le delibere comunali e i documenti pubblicati nel libro ci offrono uno spaccato significativo delle vicende cittadine, ma anche gustose note di colore, di “ordinaria vita quotidiana”. Particolarmente interessante è la sezione “Come si viaggiava agli inizi del Novecento”, desunta dai réportages di due famosi giornalisti del tempo, Francesco Dell’Erba (di origini viestane) ed Antonio Beltramelli, turisti d’eccezione. Pagine che ci proiettano in un periodo in cui il tratto Viesti-Foggia si copriva soltanto dopo sedici ore di disagiatissimo viaggio.
In particolare, Dell’Erba lamenta le condizioni della strada provinciale per Apricena, “bianca ed interminabile, piena di svolte difficilissime, di faticose salite e di discese precipitose”. Un viaggio veramente snervante, effettuato in diligenza, “grossa gabbia sgangherata”, cigolante e stridente “come un’anima in pena”.
Il passeggero, soggetto ai rigori del freddo invernale o al caldo estivo, cui si aggiungeva il ronzare incessante e fastidioso di mosche pungenti, veniva sovente sbalzato violentemente all’interno della vettura. Finiva col “baciare il compagno di viaggio seduto di fronte”; quando dirimpetto c’era una signora, il povero viaggiatore, per evitare questo scabroso contatto “si sentiva obbligato a tenere le ginocchia strette al petto, e a soffrire - conclude dell’Erba - “pene degne della Santa Inquisizione”.
Ogni tanto i viaggiatori erano costretti a scendere e a fare larghi tratti a piedi, “o perché un uragano ha rotto un ponte o perché la strada è franata o perché è troppo ripida la salita”. L’arrivo a Vieste veniva salutato ogni volta come un evento, specie se a scendere dalla diligenza era un forestiero. Intorno a lui si intrecciavano le più ardite supposizioni, come se fosse “un essere fantastico e favoloso, venuto misteriosamente chissà da quale paese lontano”.

La testimonianza di Dell’Erba focalizza un problema oggi solo parzialmente risolto: il sottosviluppo dell’area, dovuto anche alle condizioni proibitive della viabilità: “E’ per la mancanza quasi assoluta di strade che il Gargano è rimasto da parecchi secoli indietro nei progressi della civiltà. Esso è sconosciuto in gran parte agli abitanti della provincia stessa, quasi stranieri gli uni agli altri, conoscendosi male, ignorando i reciproci bisogni, non tendono mai ad un’azione comune e al raggiungimento di un fine unico”.
Anche il Beltramelli, che al Gargano dedicò nel 1907 un frizzante réportage, alla fine del capitolo sulla viabilità, esprime una riflessione analoga: “Il Gargano è sì un luogo di incanti e di meraviglie, una delle più belle regioni d’Italia, ma è anche fra le regioni più dimenticate del nostro bel Regno”.
La seconda biografia del volume di Mimmo Aliota fa da contraltare alla stasi denunciata dai due giornalisti nel primo Novecento, ed è inserita come ideale linea di sviluppo.
Michele Scannapico, imprenditore di origine salernitana, durante uno dei suoi innumerevoli viaggi in Dalmazia, costeggiando con un suo trabaccolo carico di legname il promontorio del Gargano, rimane colpito dal fitto manto forestale che ricopre la “montagna del sole”.
Nel 1900 rileva a Vieste, in contrada Pantanello, una prima segheria a vapore e vi introduce i più moderni ritrovati della tecnologia del tempo, investendovi notevoli capitali. L’opificio è annoverato ben presto tra i più grandi e progrediti di tutta Italia. Trasforma il legno proveniente dai boschi Rozzo-Alto, Sfilzi, e successivamente dal demanio Umbra Iacotenente.
Luoghi impervi, quasi inaccessibili, che fanno concepire a Scannapico un progetto ardito per quei tempi: una ferrovia a trazione meccanica per trasportare a valle, sfruttando la forza di gravità nelle ripide discese, il legname tagliato nelle zone di più difficile accesso. E’ collegata alla segheria e alle banchine d’imbarco.
Per merito dell’industriale del legno ben 500 operai dei comuni di Vieste, Vico e Montesant’Angelo sono impegnati in un lavoro permanente.
La cittadina di Vieste vede fiorire un bell’indotto e incoraggia l’immigrazione dai paesi vicini di manodopera specializzata. Quando la segheria è costretta a chiudere per ragioni di mercato e per mancanza di materia prima, Scannapico non si dà per vinto e vi impianta una fabbrica di trasformazione del pomodoro, associando nell’impresa i produttori orticoli. La sua alacre attività non viene proseguita dagli eredi.
La conclusione agrodolce del libro è un cahier de doléances sull’abusivismo edilizio, croce, ma più spesso delizia, degli amministratori alternatisi alla guida di Vieste fino ai nostri giorni.
In mancanza di un Piano Regolatore Generale, eterna tela di Penelope, “che non risolverebbe il problema, perché l’abusivismo risiede nell’animo della gente”, e “quelli che hanno beni al sole vogliono un piano che calzi a pennello con i propri interessi”… “ognuno fa quello che gli pare tanto, prima o poi arriva il condono” è l’amara riflessione di Mimmo Aliota.
Un dolce rimpianto finale: “Negli occhi dei romantici sognatori di una Vieste diversa è rimasto il ricordo delle belle signore in abito lungo che nelle sere d’estate sfilavano per il Corso Fazzini, come se fosse una passerella di moda… “.
Era il tempo in cui il turismo di massa non aveva ancora assunto l’aspetto omologante e caotico di oggi.