|  Quando di maggio tacciono le rose Smemorare foglio per foglio di assiomi e di distanze imbastiti con calcare poroso su rami di teoremi scheletriti dove alfabeti vibrano d’assenze quando di maggio tacciono le rose (polvere su tomi, su epiche d’annata) avventurarsi nel regno delle ombre che sfilacciate come ragnatele fermano il passo delle stelle fisse al limite di abissi dove senz’acqua galleggia incognita che ride di nonsensi. Irricordate affiorano emozioni che sanno di malva e di uvaspina, aspre su labbra esperte di magie deterse fino alla goccia ultima, estrema. A sprazzi unghiate o ninnananne infami a traghettare insonni quei ritorni strani (echi di tempo che hanno il sapor di Adagi). E quando a notte col terzo occhio vedi non più segreto d’anagramma o rebus. Squami quei cieli di lavanda e spigo e unico un profumo ti resta nelle nari quasi a gridare che ogni tuo delirio era una tappa lungo il tuo cammino. Il gran finale contempla un ghigno amaro scarno di decori e di arredi scenici. Solo la Voce grandeggia in primo piano nuda di maschera a riprodurre l’orma di tutto quel sangue che diluvia a scroscio a tonificare il bronzo del muscolo in tempesta (ferma la pagina anche se in bufera il vento). T.F. (2006)  A fil di algebre Questo tramonto da bere a gocce t’offro tra un guizzo e l’altro del tuo mancarmi a sprazzi sull’orlo di zingarate d’anime ribelli pronte a schiumare lividi abbandoni. Questo tramonto sfioccato di arrivederci a presto sceso alle spalle senza far rumore ecco che ricama cieli di ventura isole frastagliate di sole nei tuo occhi in cerca che liberi spaziano oltre scogli e spiagge dove tu, guitto, agiti nacchere e sogni. Il tuo sorriso che squarcia ogni tempesta affiora a fil di algebre quando s’avvicina l’ora del brindisi fedele ai nostri anni cuciti su damaschi e drappi d’oro. Già levi la coppa in segno di saluto a questo nostro ritrovarci sempre su rive di abbandoni e di censure tra chiasmi e orpelli a ingannare il tempo. T.F. (2006)  Tu non sai Chiami bizze quei raschi dell’anima che rilassata a bere l’opale d’improvviso è assediata dal vuoto come tattile scroscio o frustata di vento che percuote il rosaio indifeso in un giorno di maggio che profuma di ritorni e presenze. Capricci chiami quei silenzi graffite che imbavagliano ogni parola in un cappio che strozza giù in gola ogni frase monosillabo o nome. Il respiro s’affioca in lamento e un urlo ti preme sul petto fino a farne una pagina bianca di grafemi sbiaditi dall’uso che dileguano in zolfo di nube. Tu non sai quant’è dura la sera se di schianto sul tetto di fronte cala il buio e paralisi è d’ogni volo di falena impazzita di luce. T.F. (2006)  Quadrata è la luna Questa notte la luna è quadrata, la luna cara ai poeti e alle vaghezze d’amore, ma fa niente ”non sei attrezzata per la quadratura del cerchio”. E di cerchi conosci solo quelli danteschi. Per il contrappasso c’è tempo, anche se questi giorni dannati ne hanno tutta l’aria, “tu, stammi a sentire, prova a rovesciare il cielo e il suo caramello". Di cerchi conosci solo quelli danteschi. "E la cupola azzurra usala per berretto" per farci piovere le tue lacrime quando. Meglio una sana risata e ricominciare daccapo, tanto quadrata è la luna e tutto il resto è miseria. T.F. (2006)  Per incognite andando Consapevolezza impigliata in tela di ragno inutile ogni tentativo di articolare fughe bachiane lungo fili della luce paralleli all’orizzonte che schiuma angeli ribelli accecati da Amore. E tu, trapezista con negli occhi gli strali di Thanatos, non smetti di rimpiangere la benda volata sugli spettatori increduli ad aspettare il tuo passo nel vuoto come me che amo rincorrere aironi mentre cincischio logiche claudicanti. Teorema indimostrabile incognita senza lenti questo ritrovarci allo stesso incrocio teorema da affidare a gote gonfie di vento che infuria su fragilità di dune d’oro e su rughe di rose barocche sotto vetro. T.F. (2006) |